Control: prepararsi, ma anche proteggersi.

Perché usare il preservativo: fallo sicuro.

La PreP è efficace per prevenire il contagio da HIV, ma questa non protegge dalle altre malattie sessualmente trasmissibili, come la clamidia, la gonorrea o anche l’epatite B e C.

Usare il preservativo garantisce una protezione completa, affidabile e può anche essere più divertente di quanto immagini. Il condom è, infatti, il tuo più fedele alleato nella prevenzione, ma anche quando si parla di esplorazione sessuale. Ce n’è per ogni gusto, dimensione e per ogni tipo di sensazione, dai più sottili alla trama in rilievo.

Al brivido del rischio, noi preferiamo di gran lunga il brivido di piacere.

 

Infezione da HIV: non puoi eliminarla ma la puoi controllare

Essere costanti può cambiare le cose

Dalla zidovudina, il primo farmaco antiretrovirale introdotto nel 1987, la ricerca è andata avanti e oggi disponiamo di un ventaglio di farmaci con diversi meccanismi d’azione: questi farmaci sono spesso somministrati in combinazione, al fine di ridurre il più possibile l’insorgenza di ceppi virali resistenti. La terapia che viene spesso consigliata ai soggetti sieropositivi è la cosiddetta Haart (Higly Active Anti-Retroviral Therapy), una combinazione di antiretrovirali che risulta molto efficace.

Grazie a questi farmaci, l’infezione da HIV è tenuta sotto controllo nel lungo periodo, ma risulta di fondamentale importanza essere costanti e precisi nell’assunzione degli antiretrovirali per diversi motivi: controllare l’infezione ed evitarne lo sviluppo in AIDS, la sua forma più grave, evitare che il virus continui ad attaccare il sistema immunitario, limitare la possibilità di infezioni opportunistiche e, infine, scongiurare la trasmissione ai partners.

Il trattamento dell’HIV riduce la carica virale nel sangue

Come già accennato, non possiamo curare l’infezione da HIV, ma possiamo tenerla sotto controllo: i farmaci antiretrovirali, infatti, mediante diversi meccanismi d’azione, abbassano la concentrazione di virus dell’HIV presente nel sangue. Questa carica virale può essere misurata mediante alcuni esami, tra i quali:

  • La conta dei linfociti T CD4+, ovvero una tipologia di globuli bianchi del sangue che vengono particolarmente colpiti dal virus in caso di infezione;
  • Il test per la quantificazione dell’RNA del virus HIV nel sangue.

U=U, cosa significa?

I trattamenti contro l’infezione da HIV possono abbassare la carica virale anche di molto, fino ad arrivare a meno di 200 copie di HIV per millilitro di sangue, una condizione detta di “soppressione virale”, ma lo scopo ultimo della terapia antiretrovirale è quello di abbattere la carica così tanto da non poterla più rilevare: si parla in questo caso di “carica virale non rilevabile”.

Ma perché è così importante raggiungere questo risultato?
Negli ultimi anni, la comunità scientifica si è trovata sempre più d’accordo sul fatto che una carica virale stabilmente non rilevabile per almeno sei mesi renderebbe pressoché nullo il rischio di trasmissione sessuale dell’HIV ad un soggetto sieronegativo: si tratta del concetto di “U=U” ovvero “Undetectable=Untransmittable” (Non rilevabile=Non trasmissibile).

Raggiungere questo risultato significa quindi abbattere quasi del tutto il rischio di trasmissione e, di conseguenza, di diffusione del virus nella popolazione. È utile sottolineare che questa condizione è quanto più raggiungibile se l’infezione viene diagnosticata precocemente, per cui è fondamentale ribadire l’importanza di eseguire i test per l’HIV, periodicamente o ogni qual volta si abbia il sospetto di averlo contratto e, in caso di positività, di iniziare immediatamente e di seguire il più fedelmente possibile la terapia prescritta dal proprio medico.

Infine, è necessario ricordare che, anche nel momento in cui la carica virale risulta non rilevabile e, di conseguenza, il rischio di trasmettere l’HIV ai partners è quasi nullo, bisogna continuare ad utilizzare tutte le precauzioni, primo tra tutti il preservativo, utili a proteggersi e proteggere da tutte le altre malattie sessualmente trasmissibili come la candida, il papilloma virus, la gonorrea, l’epatite B o C.

 


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Possiamo curarla, ma prevenirla è meglio

Il preservativo: sempre di mezzo ma per proteggerti

È lo strumento più antico utilizzato per prevenire sia le gravidanze indesiderate, sia le malattie sessualmente trasmissibili (MST) e rimane tuttora il modo più efficace per proteggere sé stessi e il partner durante un rapporto sessuale.

L’uso del preservativo è fondamentale per prevenire la trasmissione delle MST sia nelle coppie eterosessuali sia in quelle omosessuali: nessuno è esente dal potenziale contagio. Allo stesso tempo, è importante utilizzare il preservativo nel modo corretto, al fine di evitare rotture e massimizzarne l’efficacia protettiva. Per ottenere il massimo effetto protettivo, il preservativo deve essere usato anche in modo costante: l’uso non costante può portare a malattie sessualmente trasmissibili poiché la trasmissione può avvenire con un solo atto sessuale con un partner infetto. Allo stesso modo, se i preservativi non sono usati correttamente, l’effetto protettivo può diminuire anche quando sono usati con costanza. Per un corretto uso del preservativo è necessario utilizzarne uno nuovo per ogni atto di sesso vaginale, anale e orale, per tutto l’atto sessuale (dall’inizio alla fine). Se si avverte che il preservativo si rompe in qualsiasi momento durante l’attività sessuale, è necessario fermarsi immediatamente, rimuovere il preservativo rotto e indossarne uno nuovo.

L’efficacia del preservativo per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e dell’HIV è stata dimostrata da studi di laboratorio ed epidemiologici. La prova dell’efficacia del preservativo si basa anche su dati teorici ed empirici riguardanti la trasmissione di diverse malattie sessualmente trasmissibili, le proprietà fisiche del preservativo e la copertura anatomica o la protezione fornita dal preservativo. I preservativi in lattice, se usati in modo costante e corretto, si sono rivelati altamente efficaci nel prevenire la trasmissione sessuale dell’HIV: gli studi epidemiologici che confrontano i tassi di infezione da HIV tra chi usa il preservativo e chi non lo usa e ha un partner sessuale infetto da HIV dimostrano che l’uso costante del preservativo è molto efficace nel prevenire la trasmissione dell’HIV.

Tenersi “sotto controllo”

Un altro strumento fondamentale per prevenire il contagio è il test per l’HIV, che andrebbe eseguito in particolar modo ogni volta che non si è stati “abbastanza attenti” quindi, ad esempio, non è stato utilizzato il preservativo durante il rapporto, oppure si è fatto uso di aghi condivisi per l’iniezione di droghe o, in generale, si pensa di aver contratto il virus. Con una diagnosi precoce, i farmaci antiretrovirali risulteranno più efficaci, ridurranno la capacità di contagio del virus e, infine, una persona consapevole della propria sieropositività metterà più facilmente in atto tutte quelle misure, come l’uso del preservativo, volte a proteggere il partner dall’infezione. In Europa, ad oggi, il tempo medio della diagnosi dal contagio è di 2,9 anni e le persone che non sanno della propria condizione si stima siano circa 120.000.

Si sa, prevenire è meglio di curare

Da quando una diagnosi di AIDS rappresentava una condanna a morte sono passati circa 30 anni, ma le cose sono cambiate decisamente in meglio, grazie ai progressi della ricerca. Oggi, infatti, è possibile addirittura ridurre a priori la possibilità di infettarsi grazie alla PrEP – Profilassi pre-esposizione – ovvero, farmaci da assumere prima di avere un rapporto sessuale per proteggersi da un possibile contagio. Si tratta di una terapia disponibile per tutti, omo, bi ed eterosessuali, ma non protegge dalle altre malattie sessualmente trasmissibili, né dal rischio di gravidanza: per una protezione completa il preservativo rimane la scelta migliore.

In Italia, vi sono centri specifici a cui rivolgersi per avere informazioni riguardo a questo trattamento di profilassi e per sapere quali esami di controllo fare. A questo link, puoi controllare i centri attivi: https://www.prepinfo.it/chi-ti-segue/

 


FONTI

L’importanza dei test diagnostici in caso di sospetta infezione da HIV

Quali sono questi test? Dove posso farli?

Sono essenzialmente di tre tipologie:

  • Test di IV generazione (o combinati), in cui si ricercano nel sangue gli anticorpi anti-HIV e gli antigeni, ovvero parti del virus, come l’antigene p24 che diventa rilevabile già dopo 2-4 settimane dall’infezione;
  • Test di III generazione, in cui vengono ricercati solo gli anticorpi, rilevabili dopo 2-8 settimane dall’infezione, ma che possono dare falsi negativi;
  • Test rapidi su sangue e saliva, reperibili in farmacia, il cui risultato è disponibile in pochi minuti, ma che, in caso di positività, è meglio confermare con un successivo test di laboratorio (test di IV o III generazione).

I test sono anonimi e gratuiti ed è possibile effettuarli presso i centri diagnostico-clinici AIDS
(qui puoi accedere alla mappatura dei centri https://www.uniticontrolaids.it/aids-ist/test/dove.aspx).

Devo preoccuparmi?

In caso di esito negativo, è auspicabile segnalare comunque l’esito al partner e consigliargli di eseguire il test: la positività può manifestarsi anche sei mesi dopo il contagio, dipende dalla concentrazione degli anticorpi presenti nel sangue.

Anche in caso di esito negativo, quindi, non bisogna abbassare la guardia e questo sospetto potrebbe rappresentare un’occasione per informarsi maggiormente sulle possibilità che oggi esistono per proteggersi, che sono essenzialmente il preservativo e i farmaci di profilassi (PrEP), in modo tale da vivere i rapporti sessuali in modo più tranquillo, consapevoli di aver attuato tutte le misure adatte a prevenire un eventuale contagio.

Un test HIV positivo non significa avere l’AIDS, che è la fase più avanzata della malattia: la cosa migliore da fare è parlarne con il proprio medico per poter procedere con la terapia antiretrovirale che, oggi, consente di vivere una vita del tutto simile a quella di una persona non infetta.

 


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Da infezione letale a prevenibile: storia dell’HIV e dei progressi per combatterlo

La percezione della pandemia, tra scetticismo e realtà

Ricostruire la storia della diffusione del virus dell’HIV nell’uomo non è stato immediato: come capita spesso quando si è di fronte a qualcosa di completamente nuovo, incomprensione, scetticismo e false credenze si sono diffusi quanto il virus stesso, limitando, per lo meno in prima istanza, una conoscenza razionale e una gestione efficace del problema.

Originariamente, si pensava che l’AIDS riguardasse solo determinate “categorie” di persone: emofilici, uomini omosessuali, tossicodipendenti e haitiani, a causa di una maggiore incidenza della malattia in questi gruppi di persone. Per anni, infatti, l’AIDS fu identificata come la “malattia dei gay”, portando le persone eterosessuali ad una sottovalutazione del problema e ad una conseguente ampia diffusione del virus in tutto il mondo.

Solo nel 1984, grazie ad uno studio epidemiologico più approfondito, i ricercatori scoprirono che anche le donne potevano infettarsi mediante rapporti sessuali non protetti e, solo allora, l’HIV fu identificato come causa dell’AIDS. In quello stesso anno si contavano già 7699 casi di infezione e 3665 morti in USA e 762 casi in Europa. Nel 1995, le complicanze dovute all’AIDS costituivano la prima causa di morte delle persone tra i 25 e i 44 anni d’età.

Il lungo percorso di diffusione del virus

Gli studi eseguiti a posteriori fanno risalire il passaggio dell’HIV dagli scimpanzè all’uomo a prima del 1931, nella Repubblica democratica del Congo, probabilmente per contatto di un cacciatore con il sangue di uno scimpanzè infetto. Fino al 1960 il virus si sarebbe diffuso per lo più in quest’area dell’Africa, poi, a causa di cambiamenti sociali, oppure, come ipotizzano alcuni ricercatori, a causa dell’uso improprio di aghi non sterilizzati per somministrare farmaci e vaccini a diverse persone, il virus comincia a diffondersi più ampiamente e rapidamente, “migrando” ad Haiti fino a raggiungere l’America.

È il 1981 quando alcuni medici negli Stati Uniti riportano diagnosi di casi di polmonite da Pneumocystis carinii e di un raro tumore dei vasi sanguigni, il sarcoma di Kaposi, in alcuni giovani omosessuali delle aree di Los Angeles, San Francisco e New York. Nel 1982 si registrano i primi casi in Italia, Canada, Brasile e due anni dopo si scopre che la causa dell’AIDS è il virus dell’HIV, che infetta i linfociti T umani.

Tra ricerca del paziente zero e stigmatizzazione degli omosessuali, l’HIV si diffonde rapidamente anche tra gli eterosessuali, ma la piena comprensione del meccanismo di trasmissione del virus, ovvero il sangue, arriva molto tardi, tra il 1985 e il 1992; contemporaneamente, iniziano le campagne di sensibilizzazione riguardo ai comportamenti da adottare per proteggersi dal contagio e iniziano a circolare le prime notizie di possibili cure.

I passi della medicina in HIV

Nel frattempo, la scienza cerca di correre ai ripari e già nel 1987 viene approvata la zidovudina, un farmaco antiretrovirale inibitore nucleosidico della trascrittasi inversa, il primo trattamento contro l’AIDS. I farmaci antiretrovirali iniziano ad essere utilizzati dai pazienti sieropositivi dagli inizi degli anni ’90, e l’effetto è un rapido decremento delle morti causate dall’AIDS.

Oggi contrarre l’infezione da HIV non è più una condanna a morte come lo era fino a circa 30 anni fa, inoltre gli stessi farmaci consentono di condurre una vita sempre più simile a quella di una persona non infetta: grazie alla ricerca si è passati da un cocktail di 15 compresse al giorno ad una sola compressa giornaliera. Sono inoltre in fase di sperimentazione i long-acting drugs, molecole a lunga durata d’azione che permetterebbero addirittura di eseguire una sola iniezione intramuscolare di antiretrovirali al mese e la prospettiva è quella di estendere l’arco di tempo fino a permettere un’iniezione ogni quattro mesi.

Ma trovare soluzioni per curare dall’AIDS non è l’unica via intrapresa dalla ricerca: è ormai disponibile la PrEP, una terapia di profilassi contro l’infezione da HIV che permetterebbe una riduzione del rischio di contagio fino al 90%.

La responsabilità è in ognuno di noi

Nonostante gli enormi passi avanti fatti in materia di cura e prevenzione, l’HIV rimane tuttora una piaga sia nei paesi occidentali sia in quelli in via di sviluppo: i dati dell’UNAIDS stimano che, a fronte di 38 milioni di persone che vivono con il virus, nel 2019 ci siano state 1,7 milioni di nuove diagnosi. Le motivazioni di questi numeri sono complesse ma possono ricondursi principalmente ad una scarsa consapevolezza del rischio, e quindi ad una scarsa attenzione alla prevenzione, e soprattutto per quanto riguarda paesi come l’Africa, agli enormi ostacoli economici, politici e culturali che impediscono l’accesso delle persone sieropositive ai farmaci già esistenti.

 


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